Il
martedì di Carnevale del vibonese
"C'era una volta in Calabria un
re, un re carnalavari che si chiamava Vicenzuni..." Si
tratta di un patrimonio culturale di tutto rispetto che la voce del
popolo tramandava di generazione in generazione. Tra le numerose
tradizioni del territorio vibonese quella del Carnevale occupava,
nel passato, una pagina importante della vita della comunità. Il
martedì di carnevale, dedicato a Re Vicenzuni, veniva infatti
vissuto come momento di aggregazione e rappresentava la vera festa
popolare di tutto l'anno. Era la festa della libertà più assoluta,
una festa di popolo senza limiti, il luogo della goliardia e del
ridere, dello scherzo e
della
follia, del capovolgimento delle cose e dell’esternazione della
materialità, dell’abbondanza alimentare più assoluta. Ancora oggi
nella festa carnascialesca tutto diviene lecito, ogni gerarchia
viene sovvertita, cadono i tabù ed i rapporti divengono disinibiti,
superando la vergogna del travestimento e del trasgredire, cadono i
freni inibitori imposti dalle convenzioni sociali, le barriere
culturali create dalle differenze di età, di classe e di sesso. Il
singolo partecipante alla festa si spoglia della sua individualità
per fondersi negli altri e confondersi nel vortice del carnevale
che, attraverso il vino rosso e la carne di maiale, la danza, la
musica ed i fumi piccanti del peperoncino, permettono di liberarsi,
di annullarsi per ritrovarsi assieme a tutta la comunità, con gli
altri, a condividere emozioni comuni e collettive che esulano dalla
sfera quotidiana, emozioni in cui l’elemento materiale e quello
simbolico trovano la loro sintesi. In molti paesi del vibonese a
Carnevale, ancora oggi, la gente scende in piazza per improvvisare
un simbolico corteo funebre che accompagna le spoglie di Re
Vicenzuni, rappresentato da un pupazzo di cenci e di paglia.
Ancora una volta si rivive l’atmosfera del Carnevale degli anni
passati per come è stato tramandato: un arcaico fantoccio con
pantaloni, giacca e coppola scura, mani ricavate da guanti da cucina
riempite di segatura. Dalla bocca e da sotto la giacca di
Carnalavari escono fuori salcicce, polpette e lardo, mentre in
una mano Re Vicenzuni stringe un fiasco di vino rosso. Il fantoccio
viene portato in processione su di un'improvvisata barella. Dietro
il corteo seguono maschere di tutti i tipi, vi sono, in particolare,
uomini, donne e bambini vestiti da prete e chierichetti, da
infermiere, da medico e da notaio. In prima fila, dietro il finto
feretro, la sorella - moglie - vedova di Carnevale, denominata
Corajisima (la Quaresima). Altre maschere, che seguono la
processione vestono abiti militari, di soldato o Carabiniere, ma
anche da marinaio o da aviere. Ad un certo punto della
rappresentazione il Carnalavari si sente molto male! ha
mangiato troppe polpette, salsicce e lardo, ha bevuto troppo vino,
ha fatto una grande indigestione. Il medico lo visita
scrupolosamente ed è a questo punto che decide di operare
urgentemente con una grande sega da falegname. Dalle viscere del
povero Carnevale morente vengono tirate fuori varie reste di
salcicce e tante polpette. Con un bottiglione di vino rosso e un
tubo
di
gomma viene costruita una gigantesca flebo utilizzata per cercare di
salvare l'ammalato che si aggrava a vista d'occhio, sempre di più. A
sera la farsa si conclude con il testamento e la morte di Carnevale
che viene, ancora una volta, portato in processione, seguito da
Coraisima che, affranta dal dolore, piange e si dispera, e da
un'allegra banda di suonatori di pipita e zampogna, tamburelli e
pifferi che rendono il clima permeato di follia. Alcune volte a
seguire il corteo è la banda del paese che suona le marce funebri
alternandole con motivi decisamente più allegri. Il rumoroso e
goliardico corteo prosegue tra le urla dei presenti, fino ad uno
spiazzo isolato del paese. Qui il Carnalavari viene adagiato
a terra, cosparso di petrolio ed incendiato in un falò purificatore
tra i pianti delle prefiche ciangiuline e tra scompisciate risate
dei presenti. Molti degli accompagnatori, in questa occasione,
ballano tarantelle, tipica espressione popolare dove, con gesti di
imitazione ben ritualizzati che rientrano nella sfera magica, si
recupera il tempo e lo spazio speciale del chiudersi nel cerchio
sacrale che è, a sua volta, elemento tipico degli scongiuri e
dell'evocazione magica. Tarantelle dalle gestualità antiche del
contendere lo spazio magico conquistato, un conflitto non risolto
all'interno dello spazio conteso. È il tempo straordinario dove
tutto è possibile, dove tutto viene ribaltato e capovolto. E'
Carnevale. i poveri diventano ricchi, i maschi diventano femmine e,
almeno per un giorno, la trasgressione prende il sopravvento sulla
normalità del vivere quotidiano.
Franco Vallone 16-2-2015
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