Intervento del prof. Antonio Parisi al
Convegno “Fabrizio Ravaglioli. Il
pensiero e
l’opera di un maestro della pedagogia”.
Lunedì 12 maggio 2014
Dalle ore 15,00 alle ore 18.00
LUMSA
— Aula Magna
Sede di Borgo Sant’Angelo 13, Roma
(Ricordando un Maestro)
Ho conosciuto, incontrandolo per la prima volta, Fabrizio Ravaglioli
il primo settembre 1961 presso la scuola Guglielmo Marconi di viale
Alessandrino a Roma nel popolare quartiere di Centocelle.
lo provenivo da Francavilla Angitola, un piccolo paese della
Calabria in provincia di Catanzaro mentre
lui,
giovane maestro vincitore di un concorso tenuto a Roma, era
originario di Forlì.
Quel giorno, entrambi nuovi arrivati in quella scuola, ci
presentammo insieme al cospetto del direttore didattico.
Questi era appena arrivato da Genova e prendeva servizio a sua volta
proprio in quell’anno in quel circolo didattico.
Avemmo l’impressione che il Direttore aspettasse il nostro arrivo e
che ci avesse convocato proprio perché nuovi arrivati.
Fatte le reciproche presentazioni il direttore rivolgendosi a me
disse in modo deciso ed autoritario:
*
Lei Parisi non prenderà servizio nella scuola centrale ma al plesso
della Bellavilla non lontano da qui, sulla via Casilina, e assumerà
l’incarico di Fiduciario.
Ringraziai il direttore per la fiducia che riponeva in me seppur non
conoscendomi, ma essendo arrivato da poco a Roma e non essendo
pratico della scuola non me la sentivo di scavalcare in quel ruolo
altri che magari avrebbero avuto più titoli di me per ricoprirlo e
pertanto gli comunicai le mie ragioni per rifiutare quell’incarico.
Il direttore tagliò corto dicendo che anche lui era nuovo
dell’ambiente essendo arrivato da pochi giorni da Genova e
insistette perentoriamente che avrei dovuto ricoprire l’incarico
assegnatomi e che sarei stato affiancato in tale incarico dal
giovane maestro Fabrizio Ravaglioli.
Detto questo ci salutò cordialmente augurandoci buon lavoro, con ciò
non ammettendo repliche.
Il giorno seguente, con il maestro Ravaglioli, ci recammo al plesso
della Bella Villa.
La scuola era costituita da un edificio di tre piani che si
affacciava su un prato, all’epoca vastissimo, su cui pascolavano
greggi di pecore tra povere baracche, per lo più abitate da
immigrati del sud che commerciavano in agli, patate e cipolle il cui
“odore” era apprezzabile anche da dentro la scuola.
Ci presentammo al custode della scuola, la cui popolazione
scolastica era costituita da 800 alunni, distribuiti su 20 classi,
10 al mattino e 10 al pomeriggio.
Il custode valutando forse il nostro disorientamento e informato che
ero stato nominato dal Direttore come nuovo fiduciario mi assicurò
che da quel momento avrebbe provveduto lui a supportarmi per
qualsiasi problema, promessa che poi mantenne sino al 1978 anno dei
mio pensionamento.
Fabrizio fu assegnato ad una prima elementare mentre a me
assegnarono una terza classe.
A quel tempo non avevamo auto proprie e Fabrizio raggiungeva la
scuola con il “tramvetto” che partiva dalla stazione Termini.
Ogni giorno, alla fermata di ponte Casìlino, lo aspettavo per
proseguire insieme il viaggio sino alla stazione dì Centocelle da
dove proseguivamo a piedi sino alla scuola evitando così un
ulteriore supplemento di spesa, pari a 5 lire, per la tratta
tramviaria sino a Grotte Celoni.
La sua abitazione si trovava nelle vicinanze di via Merulana ove
aveva affittato una camera presso una pensione.
Fu lì che conobbe quella che poi sarebbe diventata sua moglie.
Con Fabrizio c’era una totale intesa su tutto, il tifo calcistico a
parte, perché lui teneva per il Bologna ed io per Roma e Catanzaro.
Durante i nostri frequenti incontri seppi come la sua infanzia fosse
stata segnata dall’uccisione del Padre, forse per un errore di
persona, da parte dei partigiani, nonostante egli fosse un convinto
antifascista.
Malgrado ciò Fabrizio non fu mai condizionato da sentimenti di odio
e di rivalsa, ma ebbe sempre un comportamento sereno, equilibrato e
di tolleranza.
La settimana prima del Natale 1961 , mentre viaggiavamo sul tram
verso la scuola , Fabrizio di punto in bianco mi comunicò che si
sarebbe sposato il 27 dicembre.
La cosa mi sorprese perché non mi aveva mai parlato di questo.
La mia sorpresa crebbe ancora di più quando mi chiese di essere suo
testimone alle nozze che si sarebbero celebrate in forma civile al
Campidoglio.
Quel mercoledì 27 dicembre ci trovammo, mia moglie ed io, con
Fabrizio e la sua sposa al Campidoglio per la celebrazione del
matrimonio.
Fu una cerimonia molto sobria, non c’erano altri invitati oltre mia
moglie ed io.
Terminata la funzione civile andammo in un bar in piazza Venezia per
festeggiare il matrimonio con cappuccino e cornetto.
Tutto quello che ci si poteva permettere allora.
Subito dopo il matrimonio gli sposi andarono a trovare la madre dì
Fabrizio a Forlì.
Fu in quella circostanza che per poco non persero entrambi la vita a
causa delle esalazioni emesse da una stufa che si trovava nella loro
camera da letto.
Furono salvati dalla madre di Fabrizio che una mattina non vedendoli
andò a bussare alla loro porta e non ricevendo risposta l’aprì
trovandoli quasi esanimi, svenuti.
Tornati a Roma a causa di alcuni dissapori con la suocera, Fabrizio
e la moglie decisero di trasferirsi in una casa in affitto.
In quel periodo Fabrizio frequentava l’Università al Magistero e
oltre all’insegnamento presso il plesso della Bella Villa, dava
lezioni presso una scuola privata.
A prezzo di grandi sacrifici, senza mai lamentarsi per questo,
conseguì la laurea in Pedagogia diventando assistente poi del
professore Volpicelli che ne aveva apprezzato le doti durante il
corso dì laurea.
Per la tesi di laurea l’unica assenza che fece a scuola fu il giorno
della sua discussione.
Ci vedemmo quel giorno dopo che aveva discusso la tesi e con molta
modestia mi disse che si era laureato, mi congratulai con lui e solo
dopo, come se fosse la cosa più normale del mondo, mi disse che
aveva ricevuto un voto di 110 con lode e pubblicazione della tesi.
Eravamo ormai negli anni 70, quando anni dopo, subentrato al prof.
Volpicelli come Direttore della Facoltà, lo incontrai presso
l’Università.
In quella circostanza, lui che aveva raggiunto quella posizione
partendo dalla gavetta a prezzo di grandi sacrifici, senza
raccomandazioni , armato solo della sua grande determinazione e
della sua abnegazione mi disse:
- Dunque io sarei un Barone?
Questo era Fabrizio Ravaglioli, un uomo dotato di grande umanità, un
uomo che amava ragionare sulle cose, sempre modesto e semplice, un
maestro di vita.
Francavilla Angitola 7-6-2014
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